Offerte speciali per il carnevale in Sardegna

Il Carnevale in Sardegna è un carnevale molto diverso rispetto a quello delle altre regioni italiane

Per capire come il popolo sardo vive il carnevale è fondamentale scoprire quelle credenze, miti e riti della cultura pastorale tipica della Sardegna centrale, ereditate dalle culture del Mediterraneo nel periodo del loro massimo splendore.

Uno dei carnevali più tipici della Sardegna è quello di Ottana in provincia di Nuoro

Nelle maschere dei Merdules sono evidenti le tracce degli antichi culti del Mediterraneo arcaico, in particolare il culto propiziatorio del dio Dioniso Mainoles (Maimone), che ogni anno rinasce a primavera, risveglia la natura e la vegetazione, per ottenere piogge abbondanti e buoni raccolti delle messi.
Il periodo delle esibizioni comincia il 16 Gennaio nel tardo pomeriggio: è il giorno di S. Antonio, dopo la funzione religiosa che termina con la benedizione di un grande falò in piazza, i merdules si esibiscono uscendo dai vicoli del paese e confluendo attorno al fuoco. E’ sicuramente un’esibizione particolare resa ancora di più suggestiva dalle luci del fuoco nel buio delle tenebre.
Col nome “merdules” si indicano, in generale, tutte le maschere ottanesi. Il “merdule” porta la maschera umana e rappresenta il padrone del bue da mere (padrone) e ule (bue) = merdule.
“Sos boes” portano la maschera taurina che presenta decori e ornamenti realizzati con lo scalpello e il coltello; la figura del toro, antica divinità punico – nuragica, simbolo di forza vitale è sempre presente nella civiltà dell’intero bacino del Mediterraneo, “su boe” rappresenta l’animale che si ribella al padrone: inizialmente il suo passo cadenzato dà un particolare ritmo ai campanacci ma poi crea scompiglio tra la gente e si scaglia contro il merdule, suo padrone e domatore, che con il bastone “su Mazuccu” o una frusta di cuoio “sa Soca”, cerca di riportare l’ordine. Sia i boes che i merdules vestono pelli di pecora integre di vello e portano in viso maschere di legno fatte di pero selvatico dette Carazzas (cara, in sardo, significa viso). I boes portano sulla spalla un fitto grappolo di campanacci dette sas sonazzas o su erru, i merdules a differenza dei boes, non portano campanacci.

Esiste anche una figura femminile “sa filonzana”, che rappresenta una donna triste che fila la lana col fuso;

Tutti temono e rispettano questa figura perché tiene in mano il fragile filo della vita che potrebbe recidere in qualsiasi momento, cosa che non accade mai….

Il Carnevale di Mamoiada
Il carnevale di Mamoiada è una delle manifestazioni più emozionanti ed antiche della Sardegna e raggiunge il momento colmunante il 17 gennaio con la sfilata dei famosi Mamuthones degli Issocadores, maschere arcaiche che rappresentano l'allegoria ironica dell'inversione uomo-bestia. I Mamuthones indossano abiti di velluto e una pelle di una pecora nera (mastruca). Sul dorso è legato un pesante grappolo di campanacci da bue, mentre una collana di campanelle è appesa al collo. La testa è coperta dal berretto (berritta) tenuto da un fazzoletto marrone annodato sotto il mento. Sul viso è applicata una maschera di legno nera (sa bisera) che è divenuta l'elemento emblematico della manifestazione.
Con i Mamuthones, i reali protagonisti dell'evento, sfilano gli Issocadores , che aprono e chiudono il corteo. Indossano un giubbetto rosso, dei calzoni bianchi o scuri, uno scialletto sui fianchi, una berritta sul capo tenuta da un fazzoletto variopinto stretto sul viso, una bandoliera con sonagli di bronzo e ottone. In mano stringono una fune di giunco (sa soca).
I Mamuthones procedono generalmente in gruppi di dodici, muovendosi in coppia in modo ritmico , quasi ipnotico, con salti e colpi di spalla, curvi sotto il peso dei campanacci che risuonano cupamente. Gli Issocadores, normalmente non più di otto, procedono invece agilmente e all'improvviso lanciano sa soca, catturando con grande abilità giovani donne, amici e spettatori. I catturati (non le donne) hanno l'obbligo di offrire da bere al gruppo mascherato.


La fine del carnevale è simboleggiata dalla maschera di "Juvanne Martis Sero". Il martedì grasso, questo fantoccio, collocato su un carretto, viene trascinato per le vie del paese da uomini vestiti da "zios e zias" che, come delle prefiche, ne piangono la morte, cantando sconsolatamente.
A conclusione dei tre giorni di balli e sfilate in piazza e nelle vie del paese, a tutti gli ospiti vengono offerti dolci di produzione locale, fave miste a carne di maiale, il tutto condito con l'ottimo "vinu nigheddu" locale.

Carnevale di Bosa

Il carnevale di Bosa è conosciuto in tutta la Sardegna per la particolarità delle sue rappresentazioni. Inizia formalmente alla fine di Gennaio con la Festa di Sant'Antonio Abate, quando si accende un grande falò nella piazza della chiesa di Sant'Antonio.
Poi nel giorno del giovedì grasso molte persone tra cui anziani e bambini circolano per il paese, coperti da un mantello, con dipinte delle croci sulla fronte, sulle guance e sul mento, e con in mano un grosso spiedo sul quale infilano carne e salsiccie che vengono donate dai paesani; alla sera si ritrovano tutti in piazza dove viene offerta una ricca cena.
La domenica invece si fanno dei pupazzetti che rappresentano il carnevale appena nato, chiamati "Giolzi", che vengono poi sistemati in varie parti del paese. Ma la fase più importante del carnevale si svolge il martedì grasso, quando le maschere tipiche, rappresentate da uomini vestiti di nero in abiti femminili, passano per le strade lamentandosi ad alta voce per la morte del Carnevale, rappresentazione chiamata in sardo S'Attidu, cioè lamento funebre. La sera c'è poi la ricerca dei "Giolzi", che viene fatta con l'aiuto di lampioncini che vengono portati da tutti quelli che partecipano alla sfilata; quando tutti i pupazzetti sono stati trovati, vengono portati in piazza e bruciati nel falò. Questi riti carnevaleschi sono sicuramente il retaggio di antichi riti religiosi, probabilmente risalenti almeno al neolitico antico (circa 8000 anni fa), che si celebravano in questi stessi giorni dell'anno, di cui non si conosce funzione originaria, ma che si sono conservati nella memoria ancestrale degli abitanti di molti paesi della Sardegna.

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